Il Museo Luigi Magni e Lucia Mirisola gode anche del patrocinio dell’



ASSOCIAZIONE DEMOCRATICA GIUDITTA TAVANI ARQUATI

L’ antica e prestigiosa associazione dedicata alla patriota Giuditta  Tavani Arquati caduta nell’attentato al lanificio Ajani in Trastevere compiuto dagli zuavi pontifici ha concesso al Museo Luigi Magni e Lucia Mirisola il suo patrocinio per rendere omaggio al grande regista che più di tutti ha cantato Roma. Ma chi era Giuditta Tavani Arquati? Giuditta nasce il 30 aprile 1830 nell’ospedale Fatebenefratelli, sull’isola Tiberina, ed è battezzata lo stesso giorno nella chiesa ospedaliera di San Bartolomeo all’Isola. Il padre, Giustino Tavani, è un commerciante di stoffe, patriota della prima Repubblica romana del 1798-1799, già incarcerato e ramingo a Venezia per diversi anni, tornato a Roma. La madre è Adelaide Mambor, anch’essa di famiglia patriottica. La sua è un’infanzia all’insegna di princìpi laici e repubblicani, coerentemente con l’ambiente trasteverino in cui cresce, ma in contrasto con il clima reazionario e papalino della città. Non le fanno però mancare i sacramenti, da buona cattolica: a soli quattordici anni si sposa nella parrocchia di San Crisogono, a Trastevere, con Francesco Arquati, conosciuto nel magazzino di stoffe del padre. Entrambi sono alla difesa della Repubblica del ‘49 dalle armi francesi, e dopo la rotta seguono Garibaldi alla volta di Venezia, ai primi di luglio. Caduta la Repubblica di San Marco per mano degli austriaci, riparano nelle Romagne, poi a Subiaco, dove una lapide apposta nel 150° dell’unità ricorda la casa dove abitarono col primogenito, Antonio. Nel 1865 fanno rientro a Roma, con i figli che ora sono quattro. Francesco assume la direzione del lanificio di Giulio Ajani, alla Lungaretta, ricco imprenditore che dispone di industrie, terreni e greggi, altra figura di spicco del Risorgimento romano. La loro è una famiglia di borghesi rivoluzionari e agiati – abitano un palazzo in piazza santa Rufina, poco distante – in una città di aristocratici e plebei: servitori, osti, barcaroli, guardie e preti. E proprio contro il governo dei preti Garibaldi, fuggito da Caprera, dov’è confinato, muove due anni dopo con 8mila volontari – 8 volte quanti gli erano occorsi per sbancare il Regno del Sud e conquistare il Mezzogiorno, pochi anni prima – alla volta di Roma, ostacolato dagli scherani di re Vittorio, come già nel ’62 in Aspromonte. Il giorno stabilito per la sollevazione è il 22 ottobre. Alle 7 di sera i muratori Giuseppe Monti e Gaetano Tognetti fanno saltare in aria una caserma a Borgo, uccidendo una ventina di zuavi della banda musicale pontificia – i soli in caserma, a quell’ora – e un paio di passanti. È il segnale che deve dare il là all’insurrezione generale. Si sparacchia sul Campidoglio, a piazza Colonna, a porta San Paolo e ai Parioli. Fallisce però la liberazione dei detenuti politici nelle carceri di san Michele, a porta Portese, e l’occupazione di varie chiese da cui sarebbero dovute suonare le campane a stormo, segnale per l’ingresso dei garibaldini in città, che intanto muovono su Monte Rotondo. Per dar manforte ai romani, una spedizione di una settantina di patrioti, guidata dai fratelli Enrico e Giovanni Cairoli, partiti da Terni il 20 ottobre, disceso in barcone il Tevere, sbarca alla confluenza con l’Aniene. Saputo della fallita insurrezione, si attestano sulla collina di Villa Glori per aspettare il grosso dei garibaldini che nel frattempo hanno conquistato Mote Rotondo. I pontifici li sorprendono lì, nel pomeriggio del 23. Tra i mandorli della villa s’ingaggia una battaglia senza vinti né vincitori: i papalini non riescono ad avere la meglio sugli insorti che, da parte loro, sono costretti a ritirarsi a Monte Rotondo, lasciando sul colle Enrico tra i morti e i feriti che sono catturati la mattina del 24. Garibaldi, spintosi fino a Ponte Nomentano, scruta inutilmente col cannocchiale qualche fumata rivelatrice, ma a quell’ora è già tutto finito e s’avvia verso quello che sarà il disastro di Mentana, tra le sue rare sconfitte. A Roma dopo la tentata sollevazione vige il coprifuoco, i superstiti degli scontri – una quarantina – sono tutti nel lanificio trasteverino, dove da settimane non si fila la lana ma si fabbricano bombe e proiettili e si coordinano le operazioni. Nelle strade non gira nessuno, tranne le pattuglie pontificie. E proprio un pattuglione di zuavi e gendarmi s’affaccia alla Lungaretta il 25, poco dopo la mezza. È l’ora di pranzo e Giuditta, assieme alle altre donne dei rivoltosi, sta dandosi da fare per sfamare quella torma stanca e sfiduciata, mentre Antonio, dodicenne, è di guardia sull’altana del lanificio. È lui a vederli e, pare, a gettargli una bomba che oltre al botto non fa gran danno. Nasce un parapiglia generale e uno scontro. I papalini sparano dal campanile della chiesa delle sante Rufina e Seconda e dai padiglioni dell’ospedale di san Gallicano, gli assediati rispondono al fuoco asserragliati nel lanificio. La fucileria va avanti per un paio d’ore finché, sopraggiunti i rinforzi e l’artiglieria che consente di sfondare il portone, i papalini danno l’assalto al complesso, all’arma bianca. Chi non riesce a fuggire dai tetti muore spanzato. Giuditta è tra questi, come il figlio e il marito. Ed è d’un qualche interesse leggere su Civiltà Cattolica, nel 1893, la rievocazione della strage che ancora riporta l’eco del dibattito se fosse o meno incinta del quinto figlio, e la denigrazione della sua figura, col tono dei vinti che già sentono di tornare vincitori. Una dozzina di altri patrioti muoiono sul posto, altri sul patibolo non fanno in tempo a vedere la breccia di porta Pia, di lì a tre anni. I grandi media la ricordano solo per una citazione nel passo del cardinale Colombo (Manfredi) dettato allo scrivano Serafino ne “ln  nome del papa re” di Luigi Magni. Opera premiata con tre David di Donatello  quattro Nastri d’Argento e una grolla d’oro.  Un grazie di cuore al presidente Aurelio Vita per questo privilegio che va ad impreziosire non poco il nostro lavoro.

Alessandro Filippi

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